Lo sanno tutti cosa fa un altoparlante, perché tutti ne hanno sentito il suono. Ma chi sa come funziona? Quali sono le differenze tra i vari tipi di altoparlanti? E qual è l’altoparlante più adatto in base alle proprie esigenze?
Ecco che entro in gioco io: spiegherò tutto ciò che occorre sapere sugli altoparlanti, come scegliere quello più adatto alle proprie esigenze, cosa cercare (e ascoltare) quando lo si sceglie e come posizionarli nella propria abitazione per ottenere il miglior suono possibile.
Come scegliere un altoparlante
Non sorprenderà certo sapere che gli altoparlanti hanno caratteristiche e peculiarità da cui dipende fortemente la loro adeguatezza alle esigenze di ciascuno. E non sorprenderà nemmeno scoprire che non è sempre facile comprendere la reale valenza di tali caratteristiche e peculiarità. In questa guida, analizzeremo le caratteristiche principali e spiegheremo perché potrebbero risultare importanti.
Gamma di frequenze
Si ritiene che le frequenze udibili dall’orecchio umano siano comprese, in genere, tra 20 Hz (i suoni più profondi e bassi) e 20 kHz (i suoni più acuti): le onde sonore inferiori a 20 Hz possono essere percepite fisicamente, ma non come suoni, mentre i bambini molto piccoli sono in grado di udire suoni acuti anche superiori a 20 kHz. Ad ogni modo, i produttori di altoparlanti utilizzano generalmente questi due valori come i limiti risposta in frequenza.
Per chiarire, 20 Hz è il rombo che si avverte durante un’esplosione al cinema o una simulazione di terremoto: non è tanto un suono quanto una vibrazione nel petto. Intorno ai 60 Hz troviamo il colpo di una grancassa di musica elettronica o il suono grave di un basso elettrico. Agli estremi opposti, tra i 10 kHz e i 20 kHz, ci sono il tremolio dei piatti di una batteria, le armoniche superiori di un violino o il sibilo di un getto della pentola a pressione.
La produzione di suoni a bassa frequenza richiede uno spostamento d’aria maggiore, per cui gli altoparlanti più piccoli spesso non riescono a raggiungere le frequenze più basse come fanno invece quelli più grandi, dotati di driver più potenti. Quanto al limite di frequenze più elevato percepibile dall’orecchio umano, qualsiasi altoparlante dovrebbe essere in grado di riprodurlo senza problemi, poiché i suoni ad alta frequenza non richiedono né driver di grandi dimensioni né movimenti d’aria particolarmente intensi. Pertanto, indipendentemente dal genere musicale preferito, l’altoparlante scelto dovrebbe riuscire a riprodurre i suoni ad alta frequenza delle percussioni o della voce di un soprano senza alcuna difficoltà.
Ad esempio, i classici altoparlanti da scaffale potrebbero iniziare a perdere potenza al di sotto dei 60 Hz, ossia si sentono le note di un violoncello ma si rischia di perdere il suono pieno di una grancassa. Un subwoofer, invece, può scendere fino a 20 Hz o anche meno, ed è quindi essenziale per i sistemi home theater o per generi musicali come l’hip-hop e l’elettronica, in cui i bassi profondi la fanno da padrone.
Oltre a riuscire ad emettere una gamma di frequenze quanto più ampia possibile, è altrettanto importante che un altoparlante riproduca tale gamma nel modo più regolare e uniforme possibile. Perché lo faccia in modo naturale ed equilibrato, ogni segmento della gamma di frequenze deve essere riprodotto più o meno allo stesso volume: se i bassi sono molto più forti degli alti, ad esempio, il suono risulta sbilanciato e innaturale.
Quando l’audio del dialogo di un film esce impastato o cupo, di solito è perché i bassi riprodotti dall’altoparlante sovrastano i toni medi (dove si concentra la maggior parte delle voci). Analogamente, se l’altoparlante esalta troppo gli alti, il suono dei piatti può risultare tagliente o sibilante, mentre le “s” del parlato possono sembrare esagerate. Il bilanciamento della risposta in frequenza è ciò che permette a un trio jazz, a un podcast o alla colonna sonora di un film di avere un suono realistico e coinvolgente, senza che nessuna parte dello spettro acustico sovrasti le altre.
Sensibilità
La sensibilità di un altoparlante ne esprime l’efficacia nella conversione dell’energia elettrica in suono: in particolare, il volume emesso a una determinata potenza. La sensibilità si esprime generalmente in decibel (dB) a un metro di distanza con una data potenza di watt: diffidare degli altoparlanti che esprimono la sensibilità in altri modi. Maggiore è il grado di sensibilità, maggiore sarà il volume di un altoparlante a una determinata potenza rispetto a un altoparlante con un grado di sensibilità inferiore.
Immaginiamo due altoparlanti, uno dei quali ha una sensibilità di 86 dB e l’altro di 92 dB, che riproducono lo stesso brano musicale: se ad entrambi viene fornito un watt di potenza, l’altoparlante da 92 dB suonerà decisamente più forte, circa 6 dB in più, ovvero il doppio del volume percepito. In altre parole, l’altoparlante con sensibilità inferiore avrebbe bisogno di una potenza quattro volte superiore per raggiungere lo stesso volume.
Solitamente, un altoparlante ha una sensibilità bassa quando il valore di decibel è minore di 84 dB, per cui avrà bisogno di un amplificatore più potente per produrre il volume desiderato. Ad esempio, alcuni altoparlanti da tavola o monitor da studio di fascia alta di questa gamma possono offrire un suono eccellente e dettagliato, ma avranno bisogno di un amplificatore più potente perché il suono si diffonda bene in tutta la stanza, soprattutto se vuoi un volume elevato o se lo spazio è ampio.
In genere, la sensibilità è elevata quando si superano i 90 dB, per cui un altoparlante funzionerà bene con amplificatori a bassa potenza, ampliando quindi la scelta per l’amplificazione. Gli altoparlanti ad alta sensibilità sono, quindi, perfetti per gli amplificatori valvolari, per amplificatori vintage meno potenti o per configurazioni in cui si desidera ottenere un suono che riempia la stanza senza sovraccaricare l’impianto. I diffusori a tromba, spesso utilizzati negli impianti home theater o per la musica dal vivo, sono un buon esempio di sensibilità elevata.
Impedenza
Si tratta della misura della resistenza elettrica che un altoparlante esercita su un amplificatore e, per estensione, del carico di lavoro che l’amplificatore deve sostenere per far funzionare gli altoparlanti. L’impedenza non ha un valore fisso, ma può variare in base alla frequenza e ad altri fattori: per questo motivo, i produttori di altoparlanti indicano solitamente un’impedenza “nominale”, misurata in ohm (Ω), considerata come valore medio a una frequenza media.
Ad esempio, se l’impedenza nominale di un altoparlante fosse di 8 Ω, durante i momenti caratterizzati da bassi intensi questa potrebbe scendere a 4 Ω o meno, chiedendo all’amplificatore una corrente maggiore rispetto a quella indicata sulla confezione.
È importante che l’impedenza nominale dei diffusori sia in linea o che, quantomeno, differisca di poco con quella dell’amplificatore. Gli altoparlanti a bassa impedenza (con una potenza nominale di 4 ohm o meno) richiedono una maggiore quantità di corrente dall’amplificatore e riproducono un suono più forte, ma possono sovraccaricare e persino danneggiare gli amplificatori meno potenti.
Questo aspetto è molto importante se si utilizza un preamplificatore AV compatto o un amplificatore integrato di vecchia generazione: abbinarli ad altoparlanti da 4 Ω, come alcuni modelli Magnepan o i vecchi modelli B&W Nautilus, potrebbe causarne il surriscaldamento o lo spegnimento, a meno che l’amplificatore non sia stato progettato specificatamente per gestire carichi di bassa impedenza.
Gli altoparlanti ad alta impedenza (8 ohm e più) richiedono meno corrente e sono più facili da gestire, ma potrebbero non riuscire a raggiungere il volume desiderato.
Detto ciò, gli altoparlanti da 8 Ω sono solitamente più compatibili con gli amplificatori e assicurano maggiore sicurezza per gli impianti base, rivelandosi così la scelta giusta per la maggior parte delle installazioni per la casa. Se serve più volume, è comunque possibile raggiungerlo usando un amplificatore più potente senza il rischio di danneggiare nulla.
Potenza nominale
Quasi sempre espressa in watt, la potenza nominale di un altoparlante è semplicemente una misura della potenza elettrica che questo può gestire in sicurezza. La potenza nominale viene solitamente misurata in due modi: in “RMS” e in “potenza di picco”.
Il valore RMS (root mean square) è una misura della potenza continua che un altoparlante può gestire in sicurezza senza provocare distorsioni del suono né subire danni. Si tratta dell’indicatore più affidabile delle prestazioni che un altoparlante può garantire nel lungo periodo.
Ad esempio, se un altoparlante ha una potenza RMS pari a 100 watt, sarà possibile utilizzare l’amplificatore costantemente a quella potenza senza preoccuparsi di eventuali danni o distorsioni durante un ascolto normale, come quello del proprio album preferito o di un film.
La “potenza di picco”, invece, esprime esattamente ciò che dice il nome: il livello di potenza massimo che un diffusore può gestire per un breve periodo di tempo (ad esempio, quando la dinamica varia notevolmente durante una registrazione). Si tratta di un valore transitorio che non va interpretato come indicativo della potenza complessiva gestita dal diffusore. Gli appassionati di musica sinfonica sanno bene che l’intensità e il volume possono variare moltissimo nel corso della stessa sinfonia, e la “potenza di picco” è un indicatore utile per capire quanto un altoparlante saprà gestire queste oscillazioni.
Un altoparlante da 300 watt di potenza di picco è in grado di gestire brevi sbalzi di tensione durante i crescendo musicali o le esplosioni dei film d’azione, ma ciò non significa che la richiesta da 300 watt possa essere continua, poiché ciò potrebbe danneggiarlo.
È bene abbinare gli altoparlanti a un amplificatore la cui potenza nominale sia pari o leggermente superiore al valore RMS dell’altoparlante. Gli altoparlanti alimentati da un amplificatore di potenza inferiore possono causare distorsioni del suono o addirittura subire danni, mentre quelli alimentati da un amplificatore troppo potente rischiano di danneggiare i propri driver.
Ad esempio, abbinando un altoparlante con 100 watt di RMS a un amplificatore da 50 watt potresti avere distorsioni e stressare l’altoparlante quando il volume è alto. Al contrario, usando un amplificatore da 150 watt ci sarà margine per evitare distorsioni, ma bisognerà comunque fare attenzione a non spingere il volume fino a livelli pericolosi.
Tecnologia dei driver
La forma più comune di tecnologia dei driver è quella “dinamica” o “elettrodinamica”: è la più diffusa perché è efficace, relativamente economica e la si può trovare in prodotti di ogni dimensione. Il diaframma, solitamente chiamato “cono” per via della sua forma e spesso fatto di carta, metallo, plastica o un materiale composito, viene posizionato davanti a un magnete (che crea un campo magnetico statico) e a una bobina (che crea un campo magnetico quando viene attraversata da un segnale elettrico). L’intero sistema è sospeso in un telaio che mantiene il driver ben allineato, riducendo al minimo le vibrazioni indesiderate.
Ad esempio, la maggior parte degli altoparlanti stereo per la casa, degli altoparlanti per auto e degli altoparlanti Bluetooth portatili utilizza driver dinamici. Un woofer tipico da 6,5 pollici in una cassa da tavolo produce bassi profondi spostando una grande quantità d’aria, mentre un driver dinamico più piccolo gestisce i suoni medi come quelli della voce o della chitarra.
Un driver dinamico abbastanza grande può produrre suoni fino a 20 Hz, ma per gestire le frequenze più alte il “cono” viene solitamente rovesciato per diventare una sorta di “cupola”: questo driver molto più piccolo viene è spesso chiamato “tweeter”.
In pratica, un tweeter riproduce i suoni acuti dei piatti di una batteria, delle voci acute o delle armoniche superiori degli strumenti a corda, cosa che non riesce bene ai coni più piccoli.
Ovviamente, ci sono anche altre tecnologie per i driver, ma non sono così diffuse. I driver magnetici planari, ad esempio, hanno un diaframma sottilissimo, con un filo di conduzione interno sospeso in un campo magnetico (solitamente generato da una serie di magneti posti davanti e dietro). Quando un segnale elettrico raggiunge il filo, il diaframma si muove ed emette il suono. La tecnologia magnetica planare è apprezzata per il suo suono dettagliato e fedele, ma è meno efficiente dal punto di vista energetico e notevolmente più costosa rispetto ai driver dinamici.
I driver magnetici planari si trovano spesso nelle cuffie di qualità superiore, per le quali è importante una riproduzione del suono dettagliata e naturale, specialmente per generi come la musica classica, il jazz o la musica da camera. Tuttavia, essendo meno efficienti, richiedono più potenza e spesso amplificatori specializzati.
Per quanto concerne i concetti di “più costoso” e “meno efficiente” (oltre che “solitamente molto più grande”), i driver elettrostatici utilizzano un diaframma caricato elettricamente tra due piastre cariche: al variare della tensione ricevuta dalle piastre, il diaframma viene attratto o respinto e si producono onde sonore. Grazie alla sua elevata precisione e alla bassissima distorsione, la tecnologia elettrostatica gode di un forte seguito, soprattutto tra gli ascoltatori che apprezzano la musica più complessa e intricata, ma non è mai stata utilizzata nella progettazione degli altoparlanti acustici tradizionali.
Gli altoparlanti elettrostatici sono celebri per la loro eccezionale chiarezza e la rapida risposta transitoria, tanto che gli appassionati di musica classica o sinfonica li adorano, ma ingombrano molto e spesso richiedono la presenza di appositi amplificatori, quindi di solito si usano solo nelle camere d’ascolto.
Frequenza di crossover
La frequenza di crossover di un altoparlante è quel punto della gamma di frequenze in cui il segnale elettrico viene tagliato da un filtro per inviare le varie risposte in frequenza ai rispettivi driver. Il taglio del segnale fa sì che i driver dell’altoparlante ricevano solo quelle frequenze che sono in grado di riprodurre: ad esempio, il movimento d’aria necessario per creare le basse frequenze è troppo forte per essere gestito da un piccolo tweeter.
Ad esempio, se le note gravi di un basso fossero inviate a un tweeter anziché a un woofer, il suono potrebbe subire distorsioni e il tweeter danneggiarsi, in quanto non è costruito per gestire vibrazioni così potenti. Un crossover impedisce che ciò accada, indirizzando i bassi al woofer e gli alti al tweeter.
Il punto in cui scatta il crossover dipende dal tipo di speaker. Ad esempio, gli altoparlanti a due vie, che hanno un driver più grande per le frequenze basse e medie e un tweeter per quelle alte, hanno generalmente un punto di crossover tra 1kHz e 3kHz, lontano quindi dai medi, ossia quella fascia che comprende le voci e dove l’udito umano è più sensibile.
In pratica, un altoparlante a due vie da tavolo invierà i segnali della voce e della chitarra principalmente al woofer, mentre i piatti e le note acute saranno gestiti dal tweeter, in modo da mantenere la nitidezza ed evitare sovrapposizioni che potrebbero appesantire il suono.
Chiaramente, alcuni altoparlanti hanno più di due driver, per cui anche più di un punto di crossover. Un altoparlante a tre vie ha tre driver e due punti di crossover, ma le frequenze tagliate saranno determinate in modo da non interferire con la gamma dei medi, che è la più importante. Facciamo spesso riferimento al modo in cui vengono emessi i medi perché è in questa gamma che si trovano le linee vocali delle canzoni, per cui vanno riprodotti con precisione.
Ad esempio, un altoparlante a tre vie potrebbe inviare le frequenze basse inferiori a 300 Hz a un woofer, le frequenze medie tra 300 Hz e 3 kHz a un driver medio dedicato e le frequenze alte superiori ai 3 kHz a un tweeter. Una ripartizione di questo tipo fa sì che ogni driver sia utilizzato in modo specifico, con il risultato di ottenere una voce più chiara e una strumentazione più dettagliata in registrazioni complesse come quelle di musica jazz o classica.
Doppia amplificazione / collegamento doppio
Il collegamento doppio (bi-wiring) è un metodo che consente di collegare l’amplificatore agli altoparlanti utilizzando due cavi per altoparlanti anziché uno solo. Se l’altoparlante ha due coppie di connettori, una di esse trasmetterà il segnale al driver ad alta frequenza e l’altra al driver che si occupa di tutte le frequenze più basse: in pratica, si esclude il filtro crossover e, secondo alcuni, la qualità del suono migliora.
In parole povere, il bi-wiring può ridurre le interferenze tra i segnali ad alta e bassa frequenza che passano per lo stesso cavo, rendendo così gli alti più chiari e i bassi più precisi. Alcuni ascoltatori notano una separazione migliore degli strumenti e una riduzione della torbidezza nella musica più complessa, come il jazz o la classica, anche se l’effetto può essere trascurabile e, comunque, subordinato all’apparecchiatura usata.
Con la doppia amplificazione degli altoparlanti, la qualità migliora in modo ancora più evidente. Utilizzando due amplificatori anziché uno solo, collegando cavi separati a ciascuna coppia di connettori e utilizzando un amplificatore dedicato per ciascun altoparlante, ogni driver dell’altoparlante dispone di una propria amplificazione dedicata. Non si tratta del metodo più economico, ma il risultato può essere davvero notevole.
Ad esempio, un amplificatore potrebbe gestire i woofer, dando forza e pulizia ai bassi, mentre un altro potrebbe gestire i tweeter, rendendo gli alti nitidi e ricchi, senza interferenze né conflitti di potenza. I sistemi di questo tipo sono molto diffusi tra gli appassionati di audio e nei sistemi audio professionali dove la nitidezza, la gamma dinamica e la separazione dei canali sono fondamentali.
Cabinet chiusi o aperti
Alcuni cabinet per diffusori hanno una sorta di porta (o, meno spesso, una presa d’aria) che fa uscire il suono anche da un’altra fonte oltre che dai driver, sfruttando lo spostamento d’aria che quest’ultimi producono verso dietro: la porta si trova solitamente sul retro, ma potrebbe essere anche nella parte anteriore o inferiore. Ovviamente, sia i diffusori con la porta che quelli chiusi (il termine “chiusi” si spiega da sé) hanno i loro vantaggi e svantaggi.
Con un cabinet dotato di porta, le frequenze basse sono solitamente più pronunciate. Questo principio è vero soprattutto nel caso dei diffusori con una porta posteriore, perché è possibile regolare la quantità di bassi avvicinando o allontanando il cabinet dalla parete posteriore, e ciò consente ai diffusori più piccoli di riprodurre i bassi in modo più efficace.
Ad esempio, posizionando un altoparlante da tavolo con porta posteriore a pochi centimetri dalla parete è possibile potenziare la risposta dei bassi, facendola risultare più piena e potente: l’ideale per gli ambienti piccoli o quando si cerca un impatto maggiore dagli altoparlanti più compatti.
Il loro posizionamento nella stanza (ne parleremo più approfonditamente in seguito) può rivelarsi problematico, anche perché, se le aperture non sono ben progettate, potrebbero generarsi rumori indesiderati e distorsioni. La risposta dei bassi degli altoparlanti aperti può anche risultare leggermente più pesante del previsto, compromettendo la corretta espressione del ritmo.
Di conseguenza, i bassi veloci e penetranti come quelli della grancassa nella musica elettronica o le linee di basso serrate nel funk potrebbero risultare leggermente appesantiti o meno definiti rispetto a quelli prodotti da una cassa chiusa.
Un cabinet chiuso non riesce a generare la stessa intensità dei bassi rispetto a una cassa dotata di porta della stessa dimensione, ma quelli che produce sono generalmente più rapidi e precisi, anche se ha bisogno di un’amplificazione maggiore per raggiungere volume paragonabili. Tra l’altro, un cabinet chiuso può essere collocato più facilmente nella stanza.
Ad esempio, gli altoparlanti chiusi erogano bassi puliti e bilanciati, rivelandosi così una buona scelta per quelle stanze in cui non c’è molta scelta sulla loro possibile collocazione o quando le priorità sono la precisione del ritmo e del tempo nella musica riprodotta.
Tipo di diffusore
Premesso che, come detto in precedenza, tutti gli altoparlanti sono sostanzialmente uguali e funzionano più o meno allo stesso modo, è molto importante sottolineare che ve ne sono di vari tipi, progettati per soddisfare criteri diversi. Vediamo quali sono i tipi più comuni e quali sono i più adatti alle esigenze di ciascuno…
Altoparlanti passivi
Ci addentreremo a breve nelle differenti dimensioni e destinazioni d’uso, ma iniziamo con le nozioni fondamentali. Gli altoparlanti “passivi” sono “passivi” perché non producono energia elettrica propria: sono altoparlanti che vanno collegati (con cavi) a un amplificatore esterno per poter funzionare. Tutte le specifiche e le caratteristiche di cui abbiamo parlato prima valgono per gli altoparlanti passivi, e molte di esse riguardano il loro rapporto con l’amplificatore che li alimenta.
Altoparlanti attivi/amplificati
Si tratta di casse dotate di un amplificatore integrato e di vari ingressi fisici e wireless per le sorgenti audio: in pratica, un amplificatore all’interno di un paio di casse acustiche.
Ovviamente, vanno collegate alla rete elettrica (o almeno una delle due: alcuni modelli concentrano tutta la potenza in un diffusore, a cui l’altro va collegato), quindi non serve parlare di sensibilità, impedenza e potenza, in quanto una coppia di altoparlanti “attivi” o “alimentati” risolve il problema già in base al tipo di amplificazione presente.
Qual è la differenza tra casse “attive” e “amplificate”? Una cassa amplificata dirige il segnale attraverso un crossover passivo, ovvero il segnale audio viene amplificato prima di essere scisso in bande di frequenza e indirizzato ai rispettivi driver mediante il crossover. In un altoparlante attivo, al contrario, ciascun driver viene alimentato dal proprio amplificatore, per cui il segnale audio viene diviso ancora prima di essere amplificato. Un sistema di questo tipo deve ricorrere a componenti più precisi (e quasi sempre più costosi) perché la qualità del suono sia la migliore possibile.
Altoparlanti da tavolo
Detti anche altoparlanti “da supporto”, sono diffusori più piccoli, progettati (attenzione, spoiler!) per essere posizionati su un supporto dedicato o su uno scaffale. Trattandosi di cabinet più piccoli, chiaramente anche i driver sono più piccoli, per cui potrebbero avere difficoltà a generare lo spostamento d’aria necessario per produrre i bassi più profondi.
Un cabinet più piccolo può spesso produrre anche un suono complessivamente più debole: un appassionato di musica sinfonica, ad esempio, potrebbe non ottenere la potenza sonora di cui ha bisogno per ascoltare la sua musica preferita. Si tratta comunque di un compromesso che molte persone sono disposte ad accettare, specialmente se si considera che alcuni modelli di buona qualità riescono a generare un suono di discreta ampiezza e possono raggiungere i 50 Hz circa, un valore considerevole in termini di attività a bassa frequenza per un cabinet compatto e maneggevole.
Altoparlanti da pavimento
Anche in questo caso, il nome dice tutto. Trattandosi di cabinet più grandi, progettati per stare a terra, non servono supporti per gli altoparlanti. Inoltre, in questi cabinet più grandi è spesso possibile inserirvi driver più grandi (e talvolta in numero maggiore), estendendo quindi le frequenze basse e ampliando la scala sonora, per il piacere degli amanti della musica dance e sinfonica.
Chiaramente, il conto sarà più salato... Per realizzare un cabinet più grande servono più materiali, un lavoro di progettazione più complesso e una maggiore resistenza interna per evitare che l’energia dei driver si propaghi all’interno del cabinet, compromettendo le prestazioni. In compenso, si risparmierà sui supporti per gli altoparlanti.
Altoparlanti da incasso
A volte vengono chiamati “altoparlanti da architettura” perché alcuni di essi sono destinati anche ad essere installati sul soffitto. Gli altoparlanti da incasso sono progettati per occupare lo spazio vuoto dietro una parete e per adattarsi il più possibile alla superficie, in modo che si vedano solo i driver (o la griglia che li copre). Spesso, ma non sempre, sono amplificati o attivi anziché passivi, e comunque valgono tutte le considerazioni fatte per gli altoparlanti da tavolo o da pavimento tradizionali.
È bene anche verificare che siano resistenti alla polvere e all’umidità, ovvero che abbiano un buon valore in termini di protezione IP (o “ingress protection”). Alcuni modelli sono dotati anche di particolari box sul retro, che svolgono una funzione simile a quella dei classici cabinet per altoparlanti da tavolo di cui abbiamo già parlato, migliorando la protezione e la qualità del suono.
Se non fosse possibile collocare l’altoparlante da incasso scelto nel punto migliore perché si raggiunga un effetto stereo, forse sarebbe meglio optare per quei modelli dotati di tweeter orientabili: nell’impossibilità di rivolgere l’altoparlante verso la posizione desiderata, almeno le frequenze più alte (il cui punto di origine è molto più facile da percepire rispetto a quello delle basse frequenze) potranno essere direzionate verso la posizione di ascolto.
Altoparlanti per esterni
È questo l’ambito in cui il livello di protezione IP diventa assolutamente fondamentale: se si intende mettere uno o due altoparlanti all’aperto, è preferibile che siano resistenti alle intemperie. In genere, gli altoparlanti da esterno sono attivi o alimentati da una batteria piuttosto che dalla rete elettrica.
Il materiale usato nella realizzazione di questo tipo di altoparlanti non è solo una questione estetica, ma essenziale: ad esempio, i più indicati sono la plastica resistente ai raggi UV, l’alluminio e l’acciaio inossidabile. E diversamente dalla maggior parte dei diffusori acustici, che sono chiusi o dotati di porte per garantire prestazioni audio ottimali, nel caso degli altoparlanti per esterni non vale la pena prenderne in considerazione alcuno che non sia ben sigillato.
Valutazione dell’altoparlante: a cosa fare attenzione
La percezione del suono è, chiaramente, una questione personale e soggettiva, per cui la resa sonora gradita a un ascoltatore potrebbe non soddisfare altrettanto un altro. Tuttavia, declinando il concetto di “suono” in relazione agli altoparlanti in categorie diverse, è possibile farsi un’idea sia delle prestazioni di un altoparlante sia delle proprie preferenze in termini di resa sonora.
Ecco alcuni aspetti a cui prestare attenzione:
Attacco
Con “attacco” si intende il modo in cui inizia un suono musicale. I suoni possono avere un attacco veloce (un colpo di tamburo, un battito di mani) o lento (un tasto di pianoforte premuto delicatamente, il passaggio delle spazzole sul rullante): lo scarto temporale tra un attacco veloce e uno lento può essere estremamente breve, ma sarà comunque evidente all’ascoltatore. Se il diffusore è di qualità superiore, la differenza nel tempo di attacco sarà più evidente.
L’attacco dei suoni bassi assume particolare importanza per gli altoparlanti, poiché se l’attacco delle basse frequenze non è ben controllato, l’altoparlante potrebbe non essere in grado di riprodurre il ritmo in maniera efficace.
Tenuta dei dettagli
Come si vedrà più avanti quando parleremo delle “armoniche”, sono i dettagli a comporre il quadro completo. Un buon altoparlante è in grado sia di mantenere tutti i dettagli di una registrazione che gli vengono trasmessi dall’amplificatore, sia di inserirli in un contesto coerente. In una registrazione, anche un dettaglio effimero o fugace, o entrambe le cose, va comunque trasmesso all’ascoltatore, e con la giusta enfasi.
Dinamica
Per dirla in parole semplici, la dinamica di un brano musicale è la variazione di volume tra il momento più silenzioso e quello più forte. Per fare un esempio, la dinamica di un’orchestra sinfonica può andare da un colpo di triangolo leggero a un’esplosione di tutti i 70 musicisti che suonano insieme.
È quindi importante che la gamma dinamica dell’altoparlante sia abbastanza ampia per esprimere correttamente queste variazioni di intensità e/o di volume.
Armoniche
Le vibrazioni prodotte nell’aria da un altoparlante che riproduce il suono di una voce o di uno strumento musicale generano delle onde sonore di determinate frequenze che, a loro volta, generano altre onde, chiamate armoniche. La frequenza originaria e le armoniche che la accompagnano determinano il timbro di un suono: più armoniche ci sono, più il suono viene percepito come interessante e piacevole.
Integrazione
In genere, un altoparlante ha come minimo due driver. Quanto è morbido il passaggio da un driver all’altro nel punto di crossover? L’ideale sarebbe che fosse “molto morbido”, altrimenti la musica potrebbe sembrare frammentata. Poi, se un altoparlante ha più di due driver, la fluidità dell’integrazione è ancora più importante.
Sonorizzazione dell’ambiente
È molto importante che gli altoparlanti vengano posizionati correttamente per dare vita a un’ambiente stereo coerente e ottimale.
Immaginiamo di registrare un’orchestra sinfonica, in cui ogni sezione occupa uno spazio diverso davanti a noi: il pianoforte davanti (probabilmente a sinistra), gli archi più indietro e più al centro, e così via. Più la posizione dei vari strumenti è precisa, migliore sarà la resa sonora dei nostri altoparlanti.
Tonalità
Quello che cerchiamo è che gli altoparlanti producano un suono “realistico” o, almeno, una riproduzione quanto più possibile fedele della registrazione. La tonalità, o il bilanciamento tonale, di un altoparlante può contribuire in parte a creare un’idea di “realistico”: troppo calore e il suono risulterà troppo ricco e un po’ vago, mentre troppo poco calore può portare a una resa spigolosa e piuttosto rigida.
Come ottimizzare l’ambiente in base all’altoparlante
Si può certamente dire che l’ambiente è l’elemento più importante di un impianto audio. C’è il rischio che si acquistino dei diffusori non adatti all’ambiente e che, quindi, non se ne riesca a cogliere appieno le potenzialità, per cui è importante riflettere sull’ambiente in cui verranno collocati gli altoparlanti e scremare ulteriormente i risultati della ricerca.
Dimensioni della stanza e abbinamento degli altoparlanti
La cosa più importante è misurare lo spazio a disposizione. È corretto affermare che gli altoparlanti grandi, ovvero quelli in grado di spostare una grande quantità d’aria e creare un ambiente sonoro ampio, richiedono uno spazio relativamente grande in cui funzionare, perché altrimenti le onde sonore generate dagli altoparlanti si rifletterebbero sulle pareti rendendo il suono confuso e squilibrato.
Allo stesso modo, chi ha una stanza grande e vuole riempirla di suono, avrà difficoltà con altoparlanti piccoli (non importa quanto siano perfetti in termini assoluti) per una questione di leggi della fisica: senza muovere molta aria, non si potrà riempire di suono uno spazio grande.
Posizionamento e spazio di tolleranza degli altoparlanti
La maggior parte degli altoparlanti richiede spazio per funzionare, ed è bene considerare anche la direzione verso cui sono rivolte le porte dei bassi e la loro distanza dalle pareti. Salvo che gli altoparlanti scelti non siano stati progettati appositamente, è meglio evitare di collocarli in un angolo della stanza, perché le onde sonore tendono a diffondersi in modo irregolare e a riflettersi l’una sull’altra.
Simmetria e posizione di ascolto
Quando si utilizzano due altoparlanti per un effetto stereo, l’area circostante dovrebbe essere quanto più possibile simmetrica affinché la resa sonora sia ottimale.
È bene, inoltre, posizionarli in modo che siano rivolti verso il punto in cui ci si siede per ascoltare, con i tweeter all’altezza degli occhi e delle orecchie, e mantenere una distanza maggiore rispetto allo spazio che si trova tra loro.
Quasi tutti i produttori di altoparlanti consigliano di inclinarli leggermente verso la posizione di ascolto per ottenere la migliore immagine sonora possibile. Immaginiamo una linea retta che parte dal tweeter: la linea proveniente da ciascun altoparlante dovrebbe incrociarsi proprio davanti al punto in cui ci si siede.
E se possibile, è meglio non mettere nulla tra gli altoparlanti che possa costituire da ostacolo che riflette le onde.
Impianti Home Cinema
Quanto appena detto vale anche quando si utilizzano vari altoparlanti in un impianto home cinema con sistema surround. Ad ogni modo, ciò che conta di più in un sistema di questo tipo è l’altoparlante centrale, da cui vengono emessi quasi tutti i dialoghi di un film e, in alcuni casi, fino al 50% dell’intera colonna sonora.
È fondamentale verificare che l’altoparlante centrale sia il più vicino possibile allo schermo, di modo che il suono delle voci provenga dalla stessa posizione in cui si muovono le bocche.
Ovviamente, la TV o il proiettore devono trovarsi tra gli altoparlanti anteriori sinistro e destro, rispettando comunque le regole sull’orientamento degli altoparlanti e dei due canali posteriori che compongono il sistema audio surround.
Ambiente sonoro
Addentriamoci adesso nelle caratteristiche dell’ambiente “ideale”: pareti e pavimento dovrebbero essere solidi, e nella stanza non dovrebbero esserci troppi vetri o materiali morbidi, perché rispettivamente assorbono e riflettono le onde sonore.
Se ci sono vetrate nella stanza, è meglio notare le differenze che ci sono quando le tende sono aperte e quando sono chiuse: spesso, è meglio ascoltare con le tende chiuse. Inoltre, è utile confrontare il suono con tutti i tessuti morbidi al loro posto e il suono dopo aver rimosso quel pouf o quei cuscini al centro della stanza.
Ovviamente, non stiamo dicendo di rivoltare la tua casa per ottenere il massimo dal proprio impianto audio, perché anche il più appassionato degli ascoltatori ha dei limiti al compromesso, ma è importante essere consapevoli dell’effetto che l’ambiente ha sul sistema e delle misure che si possono adottare per mitigarlo.
Alcune delle marche di altoparlanti più importanti
Senza voler generalizzare, perché alla regola c’è sempre un’eccezione, è corretto affermare che ogni parte del mondo ha le proprie preferenze in materia di riproduzione del suono. E le principali marche di altoparlanti rispecchiano questa diversità.
Nel Regno Unito, aziende come Bowers & Wilkins, KEF e Q Acoustics godono di un’ottima reputazione in termini di prestazioni, controllo qualità e assistenza post-vendita, e non sono le uniche.
In Europa continentale, Focal in Francia, ELAC in Germania e molte altre hanno una reputazione altrettanto buona. Semmai, la Scandinavia in generale, e la Danimarca in particolare, dove DALI e Dynaudio sono quasi venerate, sono forse fin troppo celebrate.
Negli Stati Uniti, marchi come JBL sono sul mercato da quasi un secolo, e questo non succede mai quando i prodotti e le pratiche commerciali non sono impeccabili. Se poi aggiungiamo marche come Bose e, più recentemente, Sonos, è evidente come gli Stati Uniti siano ben forniti.
Ma anche l’Asia, in particolare il Giappone, ha molte marche rinomate e apprezzate: JVC, Technics e Yamaha non sono certo nomi conosciuti per caso.
Tutte queste marche e le varie numerose aziende concorrenti hanno raggiunto una diffusione capillare per vari motivi: innanzitutto, il suono dei loro prodotti è sicuramente il fattore più importante, ma a contribuire a questo successo ci sono anche la qualità costruttiva, l’orgoglio di possederli, l’assistenza clienti (soprattutto per quanto riguarda le garanzie e il servizio post-vendita), la formazione dei rivenditori, etc.
Addirittura, marche come Bowers & Wilkins tengono in magazzino i pezzi di ricambio per altoparlanti non più in produzione da anni, perché hanno una base di clienti fedeli che è cresciuta nel corso di decenni.
Errori frequenti e come evitarli
Chi ha letto fino a questo punto saprà già come evitare la maggior parte degli errori che si commettono quando si scelgono gli altoparlanti. Ad ogni modo, ci sono anche altri aspetti da considerare.
Nel caso in cui si stia valutando l’acquisto di altoparlanti passivi, è importante non trascurare l’importanza dei cavi. Quanto al prezzo, è possibile spendere troppo, ma è altrettanto possibile spendere troppo poco, e questo ci porta al concetto di proporzionalità della spesa per il sistema.
Se l’amplificatore scelto è molto economico, non ha senso spendere molto per altoparlanti che non riuscirà a sfruttare appieno. Analogamente, non sarà mai possibile apprezzare appieno le potenzialità di un amplificatore costoso se questo alimenta altoparlanti economici. Per questo, è importante cercare l’equilibrio.
La nostra guida è di grande aiuto, ma è bene ascoltare il suono di un altoparlante prima di acquistarlo, stilando magari una lista delle opzioni più papabili. L’ideale sarebbe effettuare l’ascolto nello stesso ambiente, come parte dello stesso sistema e con lo stesso repertorio musicale, preferibilmente brani che conosciamo bene.
E una volta a casa, dopo averli installati e aver avviato il primo ascolto, non affrettarti a giudicare: possono volerci alcune ore (o molte ore, in alcuni casi) perché gli altoparlanti nuovi di zecca suonino come previsto, giusto il tempo necessario perché i driver raggiungano la “temperatura operativa”.








